Che cos’è l’osteotomia del ginocchio
di Dott. Gabriele Drago 8 min di lettura
L’osteotomia del ginocchio corregge l’asse della gamba tagliando e riallineando l’osso, di solito la tibia subito sotto il ginocchio. Serve a riportare il ginocchio a una distribuzione naturale del carico, spostandone una quota dalla parte consumata dall’artrosi a quella rimasta sana, e a ridurre il dolore. Qui trovi come funziona, quali tecniche esistono e a chi si rivolge.
Tagliare l’osso per salvare il ginocchio ha una logica precisa
Quando parlo di osteotomia in ambulatorio, la prima reazione è spesso di perplessità. Tagliare un osso sano per curare un’articolazione sembra un controsenso.
Basta però guardare una radiografia delle gambe in piedi per capire il ragionamento. Il peso del corpo non attraversa il ginocchio in modo uniforme: segue una linea, e se quella linea passa troppo da un lato, quel lato si consuma prima dell’altro.
L’osteotomia del ginocchio agisce proprio lì: non ripara la cartilagine e non sostituisce nulla, cambia il percorso del carico. Qui spiego l’idea che ci sta dietro, perché capirla rende molto più semplice decidere se abbia senso nel proprio caso.
L’asse della gamba decide dove passa il carico a ogni passo
Immagina una linea che parte dal centro dell’anca e arriva al centro della caviglia. In una gamba ben allineata questa linea passa più o meno al centro del ginocchio, e il peso si distribuisce in modo equilibrato.
Nelle gambe arcuate, che i medici chiamano ginocchio varo, la linea passa più all’interno: il compartimento mediale sopporta gran parte del carico. Nelle gambe a X, il ginocchio valgo, succede il contrario e a soffrire è la parte esterna.
Con gli anni la zona sovraccaricata si consuma: la cartilagine si assottiglia, il menisco si danneggia, compare l’artrosi. È un’artrosi spesso limitata a un solo lato dell’articolazione, mentre il resto del ginocchio resta in buone condizioni. Proprio questa asimmetria rende possibile un intervento che sposta il problema invece di sostituire l’articolazione.
Bastano pochi gradi per cambiare la distribuzione delle forze
La correzione che si ottiene con un’osteotomia è di pochi gradi. Sembra poco, e invece modifica in modo significativo la quota di carico che attraversa ciascun compartimento.
Il principio è semplice: se la zona consumata riceve meno peso, l’infiammazione si riduce e il dolore cala. Molti pazienti descrivono un ginocchio che tollera di nuovo la camminata lunga o la giornata di lavoro in piedi.
Va detto con chiarezza cosa l’osteotomia non fa: non ricostruisce la cartilagine persa e non riporta il ginocchio a essere quello di vent’anni fa. Rallenta l’usura e allevia i sintomi, e per molte persone questo significa guadagnare anni di attività con la propria articolazione, senza materiali protesici.
Le tecniche principali sono tre, e si scelgono in base alla deformità
Non esiste un’unica osteotomia. La tecnica dipende da dove si trova il problema e da quale direzione deve prendere la correzione.
| Tecnica | Dove si esegue | Quando si sceglie |
|---|---|---|
| Osteotomia tibiale a cuneo di apertura | Tibia, lato interno | Ginocchio varo, la più diffusa oggi |
| Osteotomia tibiale a cuneo di chiusura | Tibia, lato esterno | Casi selezionati, deformità particolari |
| Osteotomia femorale distale | Femore, sopra il ginocchio | Ginocchio valgo, artrosi del lato esterno |
Nel cuneo di apertura il taglio viene «aperto» come un libro fino all’angolo desiderato e stabilizzato con placca e viti; nel cuneo di chiusura si asporta un piccolo cuneo osseo e si chiude lo spazio. In entrambi i casi la correzione viene mantenuta da una placca dedicata fino alla guarigione completa dell’osso.
La pianificazione si fa su una radiografia in piedi, non a occhio
La parte più delicata dell’intervento avviene prima di entrare in sala. Si parte da una radiografia degli arti inferiori interi sotto carico, che mostra l’asse reale della gamba dall’anca alla caviglia.
Su quell’immagine si calcola di quanti gradi correggere. Per il ginocchio varo l’obiettivo abituale è portare la linea di carico leggermente oltre il centro dell’articolazione, verso il compartimento esterno, senza esagerare.
Il margine di errore è stretto: una correzione insufficiente lascia il problema dov’era, una eccessiva sovraccarica la parte sana e può creare un fastidio nuovo. Per questo il calcolo sulle radiografie sotto carico va fatto con precisione: è su quei gradi che si basa tutto il resto dell’intervento.
Non è un intervento nuovo, è un intervento tornato attuale
L’osteotomia tibiale si esegue da molti decenni ed è stata una delle prime risposte chirurgiche all’artrosi del ginocchio. Con la diffusione delle protesi, per un periodo è stata messa in secondo piano.
Negli ultimi anni ha ritrovato spazio per tre motivi: placche più stabili, pianificazione più precisa e una maggiore attenzione verso la conservazione dell’articolazione nei pazienti giovani e attivi.
Le placche di nuova generazione, in particolare, fissano l’osso in modo più solido rispetto al passato. Questo ha reso il recupero più prevedibile e la mobilizzazione più precoce di quanto i pazienti immaginino quando sentono parlare di osso tagliato, anche se il carico resta protetto nelle prime settimane. Resta un intervento impegnativo, ma molto più affidabile rispetto a vent’anni fa.
Si rivolge a chi ha una deviazione dell’asse e vuole rimandare la protesi
Il candidato tipico è una persona attiva, spesso sotto i sessant’anni, con una deviazione importante dell’asse della gamba e un’artrosi concentrata nel compartimento sovraccaricato. È la deviazione dell’asse a dare l’indicazione: per queste persone una protesi sarebbe una soluzione precoce, che andrebbe verosimilmente revisionata negli anni.
Riportando il carico su una distribuzione naturale, l’osteotomia permette di mantenere legamenti, menischi residui e superfici articolari del paziente. Non preclude nulla: se in futuro l’artrosi progredisce, si può comunque impiantare una protesi.
A chi è indicata l’osteotomia tibiale è la domanda che conta più della tecnica scelta: la stessa operazione, fatta sulla persona sbagliata, delude anche quando è eseguita alla perfezione.
Dopo l’intervento l’osso deve guarire nella nuova posizione
Il periodo successivo assomiglia a quello di una frattura controllata. L’osso deve formare tessuto nuovo nel punto del taglio, e nel frattempo la placca mantiene la correzione.
Nelle prime 4 settimane il carico non è consentito: si cammina con due stampelle senza appoggiare il peso sulla gamba operata, e solo dopo quel periodo il carico riprende in modo progressivo. La fisioterapia inizia subito, con almeno 3 incontri settimanali nel primo mese, in studio o a domicilio, per mantenere movimento e forza.
Il ritorno alle attività quotidiane è graduale e comincia dopo la ripresa del carico, mentre per lo sport servono alcuni mesi. I controlli sono fissati a 20 giorni, 40 giorni, 3 mesi e 8 mesi dall’intervento. Nelle prime 4 settimane, invece, il carico non è consentito, e questa è la fase che condiziona tutto il resto.
Come valuto se un’osteotomia ha senso in quel ginocchio
In visita parto da tre cose: dove fa male, come è fatta la gamba e cosa la persona vuole tornare a fare. Poi guardo le radiografie sotto carico e, quando serve, la risonanza per valutare cartilagine e menischi.
Se l’artrosi è concentrata da un lato e l’asse è chiaramente alterato, l’osteotomia entra tra le opzioni. Se invece l’artrosi è diffusa o il dolore viene soprattutto da dietro la rotula il ragionamento cambia: è lì che si sceglie tra osteotomia e protesi.
Spiego anche i limiti: è un intervento che chiede pazienza nel recupero e che dà un beneficio importante ma non eterno. Chi lo sa in partenza affronta i mesi successivi con molta più serenità.
Domande frequenti
L’osteotomia cambia l’aspetto delle gambe?
Sì, in modo visibile ma contenuto: le gambe arcuate appaiono più diritte. La correzione viene pianificata per ragioni funzionali, non estetiche. La differenza si nota soprattutto nel confronto tra le due gambe, e molti pazienti se ne accorgono più dai pantaloni che allo specchio.
Si esegue in artroscopia?
Il taglio dell’osso richiede una incisione tradizionale di alcuni centimetri. L’artroscopia viene spesso eseguita nello stesso intervento per esaminare menischi e cartilagine e trattare eventuali lesioni presenti all’interno dell’articolazione. Le due procedure si completano a vicenda e si eseguono nella stessa seduta operatoria.
L’osteotomia elimina l’artrosi?
No, e nessuno dovrebbe prometterlo. Non ricostruisce la cartilagine consumata: riduce il carico sulla zona danneggiata, e questo in molti pazienti si traduce in meno dolore e in un’usura più lenta negli anni. Il ginocchio resta artrosico, ma lavora in condizioni più favorevoli.
Si può operare anche l’altro ginocchio?
Sì, ma di solito in due tempi separati, a distanza di alcuni mesi. Operare entrambe le gambe insieme renderebbe molto difficile la gestione del carico e della riabilitazione nelle prime settimane, quando serve appoggiarsi soprattutto sulla gamba non operata.
Quanto dura l’intervento?
In genere circa 60 minuti, a cui si aggiunge il tempo delle procedure associate, come l’artroscopia eseguita nella stessa seduta. Il ricovero è di circa 3 giorni. Il tempo complessivo in sala comprende anche anestesia, preparazione e risveglio, quindi l’attesa per chi accompagna è più lunga della durata chirurgica.
Si sente la placca sotto la pelle?
Alcune persone la percepiscono, soprattutto se magre, perché la zona interna della tibia è coperta da pochi tessuti. Non dà fastidio a tutti, ma di solito la placca si rimuove proprio perché può dare qualche disturbo: la rimozione si programma dopo la guarigione completa dell’osso.
Dott. Gabriele Drago
Ortopedico, specialista del ginocchio
Specializzato in Ortopedia e Traumatologia all’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, dal 2017 si dedica alla chirurgia del ginocchio: protesi, anche con tecnica robotica, legamenti, menisco e trattamenti ambulatoriali. Opera all’Ospedale Privato Accreditato Villa Regina di Bologna e riceve in Emilia-Romagna, nelle Marche e in Sicilia.
Categorie: Artroscopia e osteotomia