Quanto dura il risultato di un’osteotomia del ginocchio

di Dott. Gabriele Drago 8 min di lettura

In molti pazienti il risultato di un’osteotomia del ginocchio dura dieci anni o più prima che serva una protesi, ma la variabilità è ampia. Gli studi a lungo termine mostrano che il beneficio si riduce gradualmente. Età, stato della cartilagine, correzione ottenuta e peso corporeo sono i fattori che contano di più. Qui trovi i dati, come leggerli e come si impostano i controlli negli anni.

La domanda giusta non è «per sempre», ma «per quanto»

Chi valuta un’osteotomia fa spesso questa domanda, ed è la domanda corretta. L’osteotomia non è un intervento definitivo: è un modo per guadagnare anni con il proprio ginocchio.

Capire quanti anni ci si può ragionevolmente aspettare è parte essenziale di una scelta consapevole. Un paziente che si aspetta un risultato eterno resterà deluso; uno che sa di guadagnare dieci o quindici anni valuta l’intervento per quello che è.

L’osteotomia del ginocchio non è una soluzione definitiva: è un intervento che guadagna tempo. Qui riporto i dati disponibili, con le cautele necessarie per leggerli senza illudersi né spaventarsi.

Una premessa: quando parliamo di durata parliamo di medie ricavate da gruppi di pazienti. Nessuno di quei numeri descrive il singolo ginocchio che ho davanti in ambulatorio.

Nella ricerca la durata si misura come «sopravvivenza» dell’intervento

Negli studi scientifici la durata si esprime con un indicatore preciso: la percentuale di pazienti che, a un certo numero di anni dall’osteotomia, non ha ancora avuto bisogno di una protesi.

È un criterio utile perché misurabile, ma ha i suoi limiti. Alcune persone non hanno la protesi e convivono comunque con un certo dolore; altre scelgono la protesi prima del necessario, per ragioni personali o professionali.

Per questo, accanto alla sopravvivenza, guardo altri due elementi: quanto il paziente riesce a fare nella vita quotidiana e quanto è soddisfatto della scelta. Sono dati meno eleganti da pubblicare, ma spesso più vicini a quello che una persona chiede davvero quando entra in ambulatorio con una radiografia in mano.

I dati a lungo termine di uno studio di riferimento

Uno degli studi più citati è stato pubblicato da Hui e colleghi sull’American Journal of Sports Medicine nel 2011, su un ampio gruppo di pazienti operati di osteotomia tibiale per artrosi del compartimento interno.

Anni dall’interventoPazienti che non avevano ancora avuto bisogno della protesi
5 anniCirca il 95%
10 anniCirca il 79%
15 anniCirca il 56%

Tradotto in parole semplici: a dieci anni circa otto pazienti su dieci conservavano il proprio ginocchio, a quindici anni poco più della metà. Altri studi riportano valori simili o un po’ diversi, a seconda dei pazienti selezionati e del tipo di osteotomia. È un quadro coerente: il beneficio si riduce nel tempo, ma su un arco di molti anni.

Quei numeri vanno letti con tre cautele

La prima cautela riguarda il gruppo di pazienti: sono persone operate in un determinato periodo, con criteri di selezione propri. Un’osteotomia fatta su un ginocchio con artrosi già avanzata avrà risultati diversi.

La seconda riguarda le tecniche: molti studi con quindici o vent’anni di osservazione includono interventi eseguiti con placche e metodi meno moderni di quelli attuali. Le tecniche di oggi permettono una pianificazione più precisa, ma per dimostrare che durino di più servirà ancora tempo.

La terza riguarda la definizione di fallimento. Negli studi «fallimento» significa in genere conversione a protesi: un paziente con qualche fastidio ma senza protesi risulta un successo, anche se la sua esperienza quotidiana è meno brillante di quanto il numero suggerisca.

Cosa sposta davvero la durata nel singolo paziente

Dagli studi e dall’esperienza clinica emergono alcuni fattori ricorrenti, che valuto prima di dare una prospettiva realistica.

  • L’età: i pazienti più giovani tendono ad avere risultati più duraturi.
  • Lo stato della cartilagine: più l’artrosi è iniziale, più a lungo dura il beneficio.
  • Il movimento del ginocchio prima dell’intervento, in particolare una buona flessione.
  • La correzione ottenuta: insufficiente riduce il beneficio, eccessiva sovraccarica la parte sana.
  • Il peso corporeo, che incide sul carico quotidiano che attraversa l’articolazione.
  • Lo stato del compartimento opposto e dell’articolazione tra rotula e femore.

Molti di questi elementi si valutano prima di operare, ed è per questo che i candidati all’osteotomia tibiale vanno scelti con attenzione.

Il peggioramento arriva in modo graduale, non da un giorno all’altro

Quando il beneficio si riduce, non succede all’improvviso. L’artrosi progredisce lentamente nella parte trattata o compare in altre zone del ginocchio, e il paziente se ne accorge da segnali progressivi.

Il dolore torna a farsi sentire dopo sforzi che prima venivano tollerati, il ginocchio si gonfia più spesso la sera, le camminate lunghe diventano di nuovo un problema. È un cambiamento che si misura in mesi, non in giorni.

Non tutti arrivano a questo punto, e una parte dei pazienti mantiene un ginocchio soddisfacente per moltissimi anni. Per questo consiglio controlli periodici, con visita e, quando serve, radiografie sotto carico: permettono di cogliere il cambiamento mentre si sta formando.

Quando il beneficio si esaurisce, la protesi resta disponibile

Questo è il punto che rassicura di più i pazienti. L’osteotomia non «brucia» la possibilità di una protesi: la rimanda.

Una protesi totale dopo un’osteotomia è un intervento ben conosciuto. Può richiedere qualche accorgimento tecnico in più, per esempio la rimozione della placca o la forma modificata della tibia.

Per un paziente operato a cinquant’anni, rimandare la protesi di dieci o quindici anni significa spesso arrivarci in un’età in cui la probabilità di doverla revisionare nel corso della vita è più bassa. È uno dei vantaggi meno evidenti e più concreti di questa strada.

Una parte del risultato dipende dalle abitudini di ogni giorno

Sull’intervento decide il chirurgo, sugli anni successivi decide molto il paziente. Le abitudini che aiutano di più sono semplici e note, ma vanno mantenute nel tempo.

Mantenere un peso corporeo adeguato riduce il carico che attraversa il ginocchio a ogni passo. Fare esercizio con regolarità, privilegiando attività a basso impatto come bici, nuoto e camminata, mantiene forza e mobilità.

Conta anche tenere allenato il quadricipite, che ammortizza il carico, e dosare gli sport con impatti ripetuti senza necessariamente abbandonarli. Infine, farsi controllare quando il dolore cambia: intercettare per tempo un peggioramento consente scelte più tranquille, senza decidere sotto la pressione di un ginocchio che non permette più di lavorare.

Come imposto i controlli negli anni successivi

Dopo la fase di recupero non lascio i pazienti senza un riferimento. Nel primo anno i controlli sono fissati a 20 giorni, 40 giorni, 3 mesi e 8 mesi dall’intervento; più avanti si diradano, con una radiografia di controllo ogni 3 anni per seguire l’evoluzione del ginocchio.

L’obiettivo non è cercare problemi a tutti i costi, ma avere un confronto nel tempo: la correzione è mantenuta, il compartimento opposto come si comporta, il dolore com’è cambiato rispetto all’anno precedente.

Quando un paziente mi chiede se il suo risultato è «riuscito», rispondo guardando la sua vita più che le immagini. Sette o otto anni di ginocchio funzionante, con lavoro e sport possibili, hanno un valore enorme per una persona attiva, anche se sulla carta la sopravvivenza media è più lunga.

Domande frequenti

Dopo l’osteotomia si può fare una seconda osteotomia?

È possibile in casi selezionati, per esempio quando la correzione iniziale si è rivelata insufficiente, ma non è la situazione più comune. Quando il beneficio si esaurisce per progressione dell’artrosi, la soluzione abituale è la protesi.

La protesi dopo osteotomia dura quanto una protesi normale?

I dati disponibili indicano risultati generalmente buoni. L’intervento può essere un po’ più impegnativo dal punto di vista tecnico, per la presenza della placca e per la forma modificata della tibia, ma la durata attesa dell’impianto non appare molto diversa. Su questo punto i registri protesici non sono del tutto concordi: alcuni riportano risultati sovrapponibili al primo impianto, altri un rischio di reintervento un po’ più alto.

Servono controlli anche se sto bene?

Sì. Nel primo anno i controlli sono a 20 giorni, 40 giorni, 3 mesi e 8 mesi, per verificare che la correzione sia mantenuta e che il ginocchio si comporti come previsto. Poi si diradano, con una radiografia di controllo ogni 3 anni, e restano un punto di riferimento se qualcosa cambia.

Fare sport accorcia la durata del risultato?

Non necessariamente. L’attività fisica regolare è protettiva per l’articolazione, mentre gli sport con impatti ripetuti e carichi elevati sollecitano di più il ginocchio. L’obiettivo è dosare l’attività in base alla risposta del ginocchio, non rinunciare del tutto a muoversi.

Il peso corporeo incide davvero sulla durata?

Sì, in modo concreto: ogni chilo in più si traduce in un carico maggiore che attraversa il ginocchio a ogni passo. Il controllo del peso è tra i pochi fattori davvero modificabili dal paziente nel lungo periodo.

Le tecniche di oggi danno risultati più duraturi?

È possibile, ma non ci sono ancora dati solidi per affermarlo. Pianificazione più precisa e placche più stabili fanno sperare in risultati almeno equivalenti; per dimostrarlo, però, serve tempo, perché la durata si misura in decenni.

Dott. Gabriele Drago

Ortopedico, specialista del ginocchio

Specializzato in Ortopedia e Traumatologia all’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, dal 2017 si dedica alla chirurgia del ginocchio: protesi, anche con tecnica robotica, legamenti, menisco e trattamenti ambulatoriali. Opera all’Ospedale Privato Accreditato Villa Regina di Bologna e riceve in Emilia-Romagna, nelle Marche e in Sicilia.

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Categorie: Artroscopia e osteotomia

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