Calmare l’infiammazione dove serve
Un’infiltrazione articolare è un’iniezione eseguita direttamente dentro un’articolazione o nei tessuti vicini. Il farmaco più utilizzato è il cortisone, un antinfiammatorio potente che agisce nell’arco di pochi giorni.
Il vantaggio di iniettarlo sul posto è concentrare l’effetto dove il problema è nato, con una quantità di farmaco che raggiunge il resto dell’organismo in misura ridotta rispetto a una terapia per bocca.
È la ragione per cui questo trattamento viene proposto quando l’infiammazione è localizzata e ben identificata, e non come risposta generica a un dolore diffuso.
L’infiltrazione di cortisone è indicata soprattutto quando il ginocchio o un’altra articolazione si infiamma: dolore intenso, gonfiore, versamento, difficoltà a muoversi anche per gesti semplici.
In quelle fasi il farmaco riduce l’infiammazione e restituisce alla persona la possibilità di camminare, dormire e iniziare la fisioterapia. È un trattamento che serve soprattutto a sbloccare una situazione ferma.
Diverso è il dolore costante e moderato che accompagna un’artrosi stabile: lì il cortisone ha in genere un ruolo minore, e il ragionamento si sposta su esercizio, gestione del carico e altre opzioni.
Oltre al ginocchio, le infiltrazioni si possono eseguire in altre articolazioni e nei tessuti periarticolari, secondo valutazione.
Ogni sede ha caratteristiche proprie, sia per la tecnica sia per l’indicazione. L’accessibilità dell’articolazione, la profondità e i tessuti circostanti cambiano il modo in cui l’iniezione viene eseguita e la necessità o meno di una guida per immagini.
Il cortisone funziona bene, ma va usato con misura. In genere si consiglia di non superare tre o quattro infiltrazioni all’anno nella stessa articolazione, a distanza di alcune settimane l’una dall’altra.
Questa cautela non è un’abitudine, ma nasce dal fatto che il cortisone è lesivo per la cartilagine e per i tendini: ripetuto troppo spesso nella stessa sede può indebolire proprio i tessuti che dovrebbe mettere a riposo. Nella stessa direzione va uno studio pubblicato su JAMA nel 2017, in cui infiltrazioni ripetute ogni tre mesi per due anni risultavano associate a una maggiore perdita di cartilagine rispetto a un gruppo di confronto.
La conclusione pratica è semplice. Le infiltrazioni si usano nei momenti in cui servono davvero, non come terapia di mantenimento da ripetere a calendario indipendentemente da come sta l’articolazione.
Il beneficio si avverte di solito entro pochi giorni dall’iniezione. La durata è variabile: in alcune persone si misura in settimane, in altre in mesi, e dipende dall’entità dell’infiammazione e dalla causa che l’ha provocata.
Nelle prime ore può capitare una reazione con aumento temporaneo del dolore, che si risolve da sola. È un’evenienza nota, che conviene conoscere per non interpretarla come un fallimento del trattamento.
Il cortisone calma l’infiammazione ma non agisce sulla causa. Se il ginocchio si infiamma perché è sovraccaricato, perché i muscoli sono deboli o perché l’artrosi progredisce, quelle condizioni restano dopo l’iniezione.
Per questo il periodo di benessere va usato: è il momento per impostare un programma di esercizi, riprendere a muoversi con regolarità, rivedere il carico quotidiano e, quando serve, lavorare sul peso corporeo.
Chi utilizza quella finestra ottiene spesso un beneficio che va oltre la durata del farmaco. Chi la lascia passare si ritrova nella stessa situazione dopo qualche mese, con la tentazione di ripetere l’iniezione.
Non serve digiuno né una preparazione particolare, e l’anestesia non è necessaria. È utile invece portare in visita gli esami già eseguiti e segnalare le terapie in corso, in particolare gli anticoagulanti, le allergie note e due condizioni che cambiano la valutazione: il diabete e il glaucoma.
Il glaucoma è una controindicazione relativa. Il cortisone può provocare un rialzo della pressione oculare, quindi in chi ne è affetto la decisione si prende caso per caso, dopo aver verificato con l’oculista come la pressione dell’occhio è controllata. Nel diabete, allo stesso modo, serve conoscere i valori glicemici medi, perché il farmaco può farli salire per alcuni giorni.
La procedura richiede pochi minuti: disinfezione della pelle, introduzione dell’ago e iniezione del farmaco. Se è presente liquido in eccesso, viene aspirato prima di iniettare il farmaco e con la stessa puntura: non occorre pungere due volte, e togliere il liquido riduce la tensione dell’articolazione.
Al termine si applica una medicazione semplice e la persona torna a casa autonomamente, senza necessità di osservazione prolungata.
Per uno o due giorni è meglio evitare sforzi intensi. Il lavoro e le attività di casa si riprendono subito, mentre allenamenti impegnativi, corsa e lunghe camminate vanno rimandati di qualche giorno.
Chi lavora in piedi o svolge mansioni pesanti fa bene a programmare l’infiltrazione in modo da avere almeno una giornata più tranquilla. Chi fa sport eviti di programmarla a ridosso di una gara.
L’errore più frequente è approfittare del sollievo per fare in una settimana tutto quello che non si faceva da mesi. Il dolore ridotto non significa articolazione riparata, e un sovraccarico improvviso riaccende facilmente l’infiammazione.
Gli effetti indesiderati sono generalmente lievi: dolore temporaneo nel punto di iniezione, arrossamento del viso, sensazione di calore. Più raramente può comparire una riacutizzazione del dolore nelle prime ore.
Nelle persone con diabete il cortisone può causare un aumento temporaneo della glicemia, che va tenuto sotto controllo nei giorni successivi: per questo bisogna valutare caso per caso, ed è utile sapere quali sono i valori glicemici medi per decidere se procedere con l’infiltrazione.
Le persone affette da glaucoma non in tutti i casi possono eseguire l’infiltrazione con cortisone, perché potrebbero avere un rialzo della pressione oculare. È una controindicazione relativa: non esclude il trattamento, ma richiede di valutarlo insieme a chi segue la pressione dell’occhio.
L’infezione dell’articolazione è molto rara, ma febbre, arrossamento intenso o dolore crescente vanno segnalati subito.
Prima di proporre un’infiltrazione di cortisone mi assicuro di avere una diagnosi, non solo un sintomo. Iniettare un antinfiammatorio in un’articolazione senza sapere perché è infiammata significa spegnere una spia senza guardare il motore.
Spiego poi che si tratta di uno strumento con un numero limitato di utilizzi, e concordo fin dall’inizio cosa faremo nel periodo in cui il dolore sarà ridotto. Senza quella parte, il beneficio si esaurisce e basta.
Fisso infine un controllo per valutare la risposta. Sapere se e quanto un’infiltrazione ha funzionato è un’informazione clinica utile, che orienta le decisioni successive molto più di un racconto generico.
Il punto di partenza è la visita. Serve per arrivare a una diagnosi, per capire se l’infiammazione è la componente principale del dolore e per verificare le terapie in corso e le condizioni che richiedono prudenza, come il diabete e il glaucoma.
La spesa dipende da pochi elementi: il farmaco impiegato, il numero di sedute che il quadro clinico richiede e l’articolazione interessata, perché sedi diverse comportano materiali e tempi diversi. Anche il regime in cui si procede fa la differenza, tra libera professione e coperture assicurative.
Le informazioni precise vengono date dopo la visita, quando il trattamento previsto è definito. È il momento in cui si valutano anche le alternative, perché in alcune situazioni la risposta più utile non è un’infiltrazione.
Dott. Gabriele Drago
Ortopedico, specialista del ginocchio
Specializzato in Ortopedia e Traumatologia all’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, dal 2017 si dedica alla chirurgia del ginocchio: protesi, anche con tecnica robotica, legamenti, menisco e trattamenti ambulatoriali. Opera all’Ospedale Privato Accreditato Villa Regina di Bologna e riceve in Emilia-Romagna, nelle Marche e in Sicilia.
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