Quali sono i rischi dell’intervento al crociato

di Dott. Gabriele Drago 8 min di lettura

La ricostruzione del crociato ha un buon profilo di sicurezza, ma come ogni intervento comporta rischi. I più frequenti sono la rigidità del ginocchio, il dolore nella zona di prelievo del tendine e la nuova rottura del legamento. Infezione e trombosi sono rare. Qui trovi ogni rischio spiegato, i segnali da riconoscere e cosa si può fare per ridurlo.

Parlare di complicanze non è pessimismo, è parte del consenso

Nessuno ama questo capitolo, nemmeno io. Credo però che un paziente informato affronti meglio il percorso: sa quali segnali non ignorare e capisce il senso delle regole che gli vengono date.

Va detto subito che la grande maggioranza delle persone operate non incontra problemi seri. Le complicanze esistono, hanno frequenze diverse e quasi tutte si affrontano bene quando vengono riconosciute presto.

Anche un intervento consolidato come la ricostruzione del crociato anteriore ha i suoi rischi, e preferisco elencarli prima che dopo. Qui li metto in fila uno per uno, partendo da quelli che vedo più spesso.

Una premessa utile: rischio non significa probabilità alta. Significa che un evento è possibile, che esiste un modo per ridurne le probabilità e che, se accade, esiste una risposta. È in questa cornice che leggo tutto ciò che segue.

La rigidità è la complicanza più comune, e la più prevenibile

Il problema più frequente non è il legamento che si rompe, ma il ginocchio che non si muove bene. Può faticare a distendersi del tutto o a piegarsi oltre un certo punto.

Le cause sono diverse: un intervento eseguito quando l’articolazione era ancora molto infiammata, una riabilitazione iniziata tardi o seguita in modo discontinuo, la tendenza individuale a formare tessuto cicatriziale in eccesso.

La prevenzione passa da due cose semplici: operare un ginocchio sgonfio e con buon movimento, e recuperare completamente i movimenti nelle prime settimane, a partire dall’estensione. È il motivo per cui insisto tanto su questo punto fin dal giorno della dimissione.

Un ginocchio rigido, anche con un legamento perfettamente posizionato, dà un risultato deludente: zoppia, dolore anteriore e difficoltà nelle scale accompagnano il paziente per mesi.

Il «ciclope» è un piccolo nodulo che blocca l’ultimo grado di estensione

Tra le forme di rigidità ce n’è una con un nome curioso. Il cosiddetto ciclope è un nodulo di tessuto cicatriziale che si forma davanti al nuovo legamento e impedisce al ginocchio di distendersi completamente.

Il paziente se ne accorge perché il ginocchio si ferma poco prima dell’estensione piena, a volte con uno scatto o un fastidio nella parte anteriore. Spesso compare nei primi mesi, quando si pensava che tutto stesse andando bene.

Nella maggior parte dei casi si affronta con la fisioterapia mirata. Quando non basta, si rimuove con una breve artroscopia, un intervento molto più semplice del primo e con un recupero rapido.

Riconoscerlo presto conviene: più si aspetta, più il ginocchio si abitua a lavorare senza l’ultimo grado di estensione, e questo sovraccarica la parte anteriore.

Le complicanze principali, con i segnali e la risposta tipica

Mettere in ordine i rischi aiuta a capire quali richiedono una telefonata immediata e quali si affrontano al controllo programmato.

ComplicanzaSegnale tipicoCosa si fa di solito
Rigidità articolareIl ginocchio non si distende o non si piegaFisioterapia mirata, a volte artroscopia
Dolore nella zona di prelievoFastidio locale, soprattutto in ginocchioTempo, esercizi, gestione del carico
Nuova rottura dell’innestoCedimento con gonfiore dopo un traumaVisita, risonanza, eventuale revisione
InfezioneFebbre, arrossamento, secrezioneContatto immediato, lavaggio e antibiotici
Trombosi venosaPolpaccio gonfio, teso e dolenteValutazione urgente ed ecodoppler

Le prime due righe sono frequenti e gestibili, le ultime due sono rare ma richiedono di non aspettare. Nel dubbio, una telefonata in ambulatorio costa molto meno di una settimana persa a chiedersi se sia il caso.

Il dolore nella zona di prelievo dipende anche dal tendine scelto

Nelle prime settimane il fastidio nella zona da cui è stato preso il tendine fa parte del decorso normale. In una parte dei pazienti, però, può durare più a lungo del previsto.

Con il tendine rotuleo il disturbo tipico è il dolore anteriore, che si accentua quando ci si inginocchia. Con i flessori prevale una riduzione temporanea di forza nella parte posteriore della coscia e una sensazione di tensione.

Di queste differenze parlo prima dell’intervento, perché la scelta del tendine si fa in base al lavoro e allo sport della persona, non soltanto alla tecnica.

Nella stessa zona può comparire un’area di pelle meno sensibile, dovuta a sottili rami nervosi cutanei. Non compromette la funzione del ginocchio e in molti casi si riduce nei mesi.

Infezione e trombosi sono rare, ma vanno riconosciute presto

Sono le complicanze che spaventano di più e, fortunatamente, tra le meno frequenti. Il punto non è temerle, ma sapere cosa osservare nelle prime settimane.

  • Febbre, arrossamento esteso, calore o secrezione dalla ferita.
  • Dolore che aumenta giorno dopo giorno invece di ridursi.
  • Polpaccio gonfio, teso e dolente, con o senza gonfiore della caviglia.
  • Affanno improvviso o dolore al petto, da considerare un’urgenza.

Per ridurre il rischio di infezione si somministra un antibiotico prima dell’intervento e si lavora in condizioni di massima sterilità. Per la trombosi contano la mobilizzazione precoce, l’uso della caviglia e la profilassi antitrombotica.

Quando un’infezione viene riconosciuta nei primi giorni si tratta con un lavaggio artroscopico e con gli antibiotici, spesso riuscendo a conservare il legamento ricostruito.

Il ginocchio può restare un po’ lasso anche dopo un buon intervento

Capita, anche se non è frequente. A volte il nuovo legamento si allunga leggermente nei mesi successivi, altre volte resta una lassità legata a strutture non trattate, come quelle della parte esterna del ginocchio.

Il paziente lo descrive come una sensazione di ginocchio che non è del tutto sicuro nei cambi di direzione, spesso senza dolore vero e proprio. È una situazione che va valutata con la visita e, quando serve, con una nuova risonanza.

Non sempre serve reintervenire. Se la lassità è lieve e non dà cedimenti nelle attività della persona, si lavora sulla forza; quando invece limita lo sport o la vita quotidiana, si valuta una revisione. Anche in questo caso la decisione si prende sui sintomi reali, non sulle immagini.

L’artrosi dipende più dal trauma iniziale che dall’operazione

Molti pazienti temono che l’intervento «consumi» il ginocchio. I dati raccontano una storia diversa: chi ha subito una rottura del crociato ha nel tempo un rischio di artrosi precoce più alto rispetto a chi non ha mai avuto quel trauma, con o senza ricostruzione.

Lo studio di Lohmander e colleghi del 2004 è uno dei riferimenti su questo tema. Pesano soprattutto il danno iniziale alla cartilagine, le lesioni dei menischi e gli eventuali interventi di asportazione del menisco.

La ricostruzione agisce su un fronte preciso: riduce i cedimenti e quindi le nuove lesioni dei menischi. È una protezione parziale, non una garanzia, ed è giusto saperlo prima di entrare in sala. Mantenere un peso corporeo adeguato e muscoli allenati resta, negli anni, la misura più efficace che il paziente può prendere.

Come riduco i rischi prima, durante e dopo l’intervento

Prima dell’intervento conta la preparazione: ginocchio sgonfio, movimento completo, quadricipite attivo, sospensione del fumo nelle settimane vicine all’operazione e valutazione anestesiologica accurata.

Durante l’intervento contano la sterilità, la profilassi antibiotica, la precisione nel posizionamento dei tunnel e la gestione delle lesioni associate. Dopo, contano la riabilitazione e il rispetto dei tempi di rientro.

Al paziente chiedo di segnalare subito febbre, gonfiore improvviso o dolore al polpaccio, e di non anticipare il ritorno allo sport: è la scelta che più di ogni altra aumenta la probabilità che il crociato ricostruito si rompa di nuovo.

Nessun intervento è a rischio zero, e diffido di chi lo promette. Il mio compito è spiegare i rischi del singolo caso con parole chiare, così che la scelta sia davvero informata.

Domande frequenti

L’anestesia comporta dei rischi?

L’intervento si esegue in anestesia spinale, associata a un blocco nervoso periferico per il controllo del dolore post-operatorio. I rischi sono generalmente bassi nelle persone senza patologie importanti e l’anestesista li illustra nel colloquio preoperatorio, valutando storia clinica, farmaci assunti ed esperienze precedenti. È il momento giusto per raccontare paure e dubbi, anche quelli che sembrano poco razionali.

Dopo quanto la ferita non rischia più di infettarsi?

Il periodo più delicato sono le prime settimane, finché le ferite non sono completamente chiuse. Anche più avanti, però, febbre, arrossamento improvviso o secrezione vanno riferiti: un’infezione tardiva è rara ma possibile, e va affrontata subito per non compromettere l’innesto.

Se il ginocchio resta rigido si può risolvere?

Nella maggior parte dei casi sì, con fisioterapia mirata e un lavoro costante sull’estensione. Quando la rigidità persiste nonostante il trattamento, si può intervenire con una breve artroscopia per liberare il movimento, seguita da una riabilitazione intensiva nelle settimane successive.

Le viti e i bottoni usati danno fastidio negli anni?

Nella grande maggioranza dei casi restano dove sono senza dare problemi e non vanno rimossi. Talvolta un dispositivo si percepisce sotto la pelle o irrita i tessuti vicini: in quel caso si valuta la rimozione.

Si può essere allergici ai materiali usati?

È un’evenienza molto rara con i materiali impiegati oggi. Se hai avuto reazioni a metalli o a dispositivi medici in passato, segnalalo prima dell’intervento: esistono alternative nei materiali di fissazione e conviene sceglierle in anticipo, non a posteriori.

Quanto è frequente dover rioperare il ginocchio?

La maggior parte dei pazienti non torna in sala operatoria. Le ragioni più comuni per un secondo intervento sono la rigidità che non si risolve, una nuova lesione del menisco o una nuova rottura del legamento ricostruito.

Dott. Gabriele Drago

Ortopedico, specialista del ginocchio

Specializzato in Ortopedia e Traumatologia all’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, dal 2017 si dedica alla chirurgia del ginocchio: protesi, anche con tecnica robotica, legamenti, menisco e trattamenti ambulatoriali. Opera all’Ospedale Privato Accreditato Villa Regina di Bologna e riceve in Emilia-Romagna, nelle Marche e in Sicilia.

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Categorie: Legamenti e menisco

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