Che cos’è l’artroscopia del ginocchio

di Dott. Gabriele Drago 8 min di lettura

L’artroscopia del ginocchio è un intervento mini-invasivo: da due o tre incisioni di pochi millimetri si introducono una microtelecamera e strumenti sottili, e il chirurgo lavora guardando l’articolazione su uno schermo. Serve a trattare menischi, legamenti, cartilagine e corpi liberi, mentre non è la cura dell’artrosi. Si esegue in day surgery, in anestesia spinale, e dura da 10 minuti in su. Durata e recupero dipendono da ciò che si fa dentro.

Artroscopia significa guardare dentro l’articolazione

La parola viene dal greco e indica esattamente questo: osservare l’interno di un’articolazione. Ai miei pazienti la spiego con un’immagine semplice: invece di aprire una porta per entrare in una stanza, facciamo passare una piccola videocamera dal buco della serratura e, con strumenti altrettanto sottili, ripariamo ciò che serve.

Il vantaggio non è solo estetico. Lavorare attraverso accessi di pochi millimetri significa non tagliare muscoli e capsula in modo esteso, e questo si traduce in meno dolore e in un recupero del movimento più rapido.

L’artroscopia del ginocchio è una tecnica chirurgica che permette di operare dall’interno, con incisioni di pochi millimetri: qui racconto come funziona e, soprattutto, quando ha senso.

Tre fori, una telecamera e l’acqua che crea lo spazio

Lo strumento principale è l’artroscopio: un tubicino di pochi millimetri che contiene un sistema di lenti e una fibra ottica per la luce. Collegato a una telecamera, trasmette immagini ingrandite su un monitor in sala operatoria.

Per vedere bene serve spazio, e lo spazio lo crea il liquido. L’articolazione viene riempita di soluzione sterile, che distende la capsula e separa le superfici, permettendo di esplorare ogni angolo del ginocchio.

Da un secondo accesso entrano gli strumenti di lavoro: una sonda per saggiare menischi e cartilagine, pinze, strumenti motorizzati, dispositivi per suturare. Alla fine il liquido viene aspirato e le incisioni si chiudono con uno o due punti, di norma riassorbibili, coperti da una fasciatura.

Tutto questo avviene in day surgery, in anestesia spinale. La durata parte da dieci minuti e cresce con la complessità del gesto: per una meniscectomia la media è di circa un quarto d’ora.

Non è un singolo intervento, è una tecnica chirurgica

Il malinteso più comune riguarda proprio questo punto. «Artroscopia» non indica una singola operazione, ma una tecnica chirurgica con cui si entra nell’articolazione. Ciò che cambia tutto è quello che si fa una volta dentro.

Nella pratica quotidiana, quasi tutte le artroscopie che eseguo riguardano problemi dei menischi: le altre indicazioni esistono, ma sono molto meno frequenti.

Cosa si trattaIn che cosa consisteRecupero tipico
Lesione del menisco non riparabileRimozione della sola parte instabileCammino subito con stampelle per circa una settimana, attività leggere in 1-2 settimane
Lesione del menisco riparabileSutura con punti o dispositivi dedicatiCarico protetto per settimane, sport dopo mesi
Rottura del legamento crociato anterioreRicostruzione con un tendine prelevato dal pazienteRiabilitazione lunga, mesi prima dello sport
Corpo libero o plica sinovialeRimozione del frammento o della piega infiammataTra i recuperi più rapidi
Lesione circoscritta della cartilagineTrattamento della superficie danneggiataSpesso carico ridotto per un periodo

Per questo quanto dura un’artroscopia al ginocchio non ha una risposta unica: dipende da che cosa si tratta, e si parte da una decina di minuti.

Si propone quando c’è un problema meccanico da correggere

L’indicazione non nasce da un’immagine, ma dall’incontro tra sintomi, visita ed esami. In generale propongo un’artroscopia quando esiste un ostacolo meccanico che si può togliere o riparare: un menisco rotto che blocca il ginocchio, un frammento libero che si incastra, un legamento crociato rotto in chi vuole tornare a uno sport con torsioni, una lesione della cartilagine ben circoscritta.

Quando invece il dolore nasce da infiammazione, sovraccarico o usura diffusa, si parte da altro: esercizio, fisioterapia, gestione del peso, a volte infiltrazioni.

C’è anche una via di mezzo, cioè il paziente con sintomi meccanici sfumati. In quei casi propongo un periodo di trattamento conservativo ben fatto e un controllo: se i sintomi restano identici, il quadro diventa più chiaro per entrambi.

Ciò che la risonanza non vede, la telecamera lo mostra

La risonanza magnetica è un esame eccellente, ma ha limiti. Può sottostimare l’estensione di una rottura, non dice con precisione se un frammento è stabile e non sempre racconta la qualità reale della cartilagine.

Durante l’artroscopia queste informazioni arrivano in diretta: con una sonda saggio i tessuti, verifico la tenuta di un menisco, misuro la profondità di una lesione cartilaginea.

È il motivo per cui molte decisioni si prendono in sala operatoria, per esempio quella tra ricucire e rimuovere un menisco. Il paziente va informato prima delle due possibilità, così sa cosa aspettarsi in entrambi gli scenari, compreso il momento in cui tornerà a camminare liberamente.

Nell’artrosi «pulire» il ginocchio non funziona

Per anni l’artroscopia è stata proposta ai pazienti artrosici, nel tentativo di tamponare i sintomi e rimandare il momento della protesi, lavando e regolarizzando ginocchia con cartilagine consumata. Gli studi hanno chiarito che, in quella situazione, non porta benefici duraturi: anzi, l’intervento ha spesso effetti deleteri.

Il lavoro più citato è quello pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 2002, che confrontava l’artroscopia con un intervento simulato: a distanza di due anni i risultati erano sovrapponibili. Un secondo studio del 2008, sulla stessa rivista, ha mostrato che aggiungere l’artroscopia alla fisioterapia non migliorava l’esito.

Oggi le linee guida del NICE britannico sconsigliano il lavaggio e la pulizia artroscopica nell’artrosi, salvo situazioni particolari come un vero blocco articolare: è il motivo per cui l’artroscopia non è una cura per l’artrosi.

Le complicanze sono rare, ma vanno conosciute

L’artroscopia ha un basso tasso di complicanze, e questo è uno dei motivi della sua diffusione. Le più comuni sono il gonfiore prolungato e il versamento, cioè l’accumulo di liquido nell’articolazione: fastidiosi, ma nella maggior parte dei casi transitori.

Più rare sono l’infezione e la trombosi venosa profonda, che si prevengono con protocolli specifici e con una mobilizzazione precoce. La decisione di usare farmaci anticoagulanti dopo l’intervento si prende caso per caso, in base ai fattori di rischio personali.

Prima di ogni intervento chiedo quali farmaci assume il paziente, se ha avuto episodi di trombosi e quali altre condizioni ha: sono informazioni che servono proprio a ridurre questi rischi.

Il recupero dipende da cosa è stato fatto, non dai fori

Le cicatrici sono identiche in tutte le artroscopie, ma i percorsi successivi possono essere lontanissimi tra loro. Le stampelle si usano di norma, per un periodo che cambia con il gesto eseguito: dopo una meniscectomia servono circa una settimana, dopo una sutura meniscale o una ricostruzione legamentosa servono settimane di carico protetto e mesi prima dello sport. Il primo controllo è fissato a venti giorni dall’intervento.

Ai pazienti ripeto spesso questa frase: guardate il programma di riabilitazione, non le medicazioni. È il programma che dice come saranno le vostre settimane.

Anche il riposo iniziale va inteso nel modo giusto: relativo, non assoluto, con brevi camminate in casa alternate a periodi con la gamba sollevata.

Cosa faccio prima di proporre un’artroscopia

In visita parto dai sintomi meccanici: blocchi, scatti, cedimenti, dolore che compare con gesti precisi. Poi esamino il ginocchio, lo confronto con l’altro, valuto forza ed estensione, e commento le immagini insieme alla persona che ho davanti.

Se il quadro è chiaro, spiego cosa mi aspetto di trovare, quali procedure potrei eseguire e cosa comporta ciascuna in termini di recupero. Se invece non lo è, preferisco impostare un percorso conservativo e rivedere la persona dopo qualche settimana.

L’ultima parte del colloquio riguarda le aspettative: che cosa l’intervento può risolvere e che cosa no. Un paziente che sa entrambe le cose affronta molto meglio le settimane successive.

Domande frequenti

Quante cicatrici restano dopo un’artroscopia?

Di solito due o tre piccoli segni di pochi millimetri, sul davanti del ginocchio. Nel tempo diventano poco visibili e non danno fastidio. Se viene eseguita una sutura del menisco può servire un ulteriore accesso laterale, altrettanto piccolo, con la stessa evoluzione.

Si resta svegli durante l’intervento?

L’anestesia è di norma spinale: blocca movimento e sensibilità delle gambe per circa tre ore, senza far dormire. Si può restare svegli oppure leggermente sedati, come si preferisce, e durante l’intervento non si sente dolore.

L’artroscopia si può ripetere sullo stesso ginocchio?

Sì, se esiste una nuova indicazione. Le piccole incisioni del primo intervento non complicano di norma una seconda artroscopia. Prima di ripetere, però, serve capire perché i sintomi sono tornati, perché non sempre la risposta è chirurgica.

Serve la fisioterapia dopo l’intervento?

Dopo procedure semplici spesso bastano esercizi a casa e qualche seduta di controllo. Dopo riparazioni o ricostruzioni la fisioterapia è parte integrante del percorso e segue tappe precise, legate al carico consentito e ai gradi di flessione.

Ci sono persone che non possono farla?

Non esiste una controindicazione valida per tutti, ma alcune condizioni richiedono valutazioni particolari: infezioni in corso, problemi di coagulazione, malattie cardiache o respiratorie importanti. Il percorso si definisce insieme all’anestesista durante la visita preoperatoria, che serve proprio a rendere l’intervento il più sicuro possibile.

È la stessa cosa di aspirare il liquido dal ginocchio?

No. L’aspirazione del liquido, o artrocentesi, è una procedura ambulatoriale che svuota il versamento con un ago. L’artroscopia è un intervento chirurgico che permette di vedere e trattare le strutture interne dell’articolazione, e si esegue in sala operatoria con un’anestesia.

Dott. Gabriele Drago

Ortopedico, specialista del ginocchio

Specializzato in Ortopedia e Traumatologia all’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, dal 2017 si dedica alla chirurgia del ginocchio: protesi, anche con tecnica robotica, legamenti, menisco e trattamenti ambulatoriali. Opera all’Ospedale Privato Accreditato Villa Regina di Bologna e riceve in Emilia-Romagna, nelle Marche e in Sicilia.

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Categorie: Artroscopia e osteotomia

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