Secondo parere ortopedico: quando chiederlo

di Dott. Gabriele Drago 9 min di lettura

Il secondo parere ortopedico è utile soprattutto prima di un intervento importante, quando la diagnosi non è chiara o quando le cure non funzionano. È un diritto del paziente e non è un segno di sfiducia: serve a decidere con più informazioni. Spesso conferma l’indicazione ricevuta, e anche questo è un risultato.

Chiedere un altro parere non è sfiducia, è metodo

Molti pazienti arrivano nel mio ambulatorio con un’indicazione chirurgica già ricevuta e un po’ di imbarazzo addosso: «Non vorrei sembrare scortese verso il collega».

Rispondo la stessa cosa. Chiedere un altro parere prima di un intervento è una scelta ragionevole, che i medici conoscono bene e che molti di noi fanno per sé stessi e per i propri familiari.

Una decisione chirurgica non è un esame da superare: è una scelta che riguarda il tuo corpo, il tuo lavoro, i tuoi mesi successivi. Prendersi il tempo di capirla fino in fondo è un diritto.

Chi viene per un secondo parere riceve una visita ortopedica come tutti gli altri: la valutazione parte da zero, non dal giudizio su quello che ha detto un collega.

Prima di un intervento programmato è il momento migliore

Il secondo parere non serve per ogni dolore o per ogni visita. Ci sono però situazioni in cui diventa davvero utile, e la prima è l’indicazione a un intervento non urgente.

Protesi di ginocchio, ricostruzione del crociato, osteotomia, revisione di una protesi: sono interventi importanti, con recuperi lunghi, e in questi casi qualche settimana di riflessione non cambia il risultato finale.

Le altre situazioni in cui lo consiglio sono: quando la diagnosi non è chiara, quando i sintomi non corrispondono a quello che dicono gli esami, quando le cure non funzionano dopo un tempo ragionevole, quando hai ricevuto indicazioni diverse da professionisti diversi.

Ce n’è poi una che i pazienti faticano ad ammettere: quando non ti senti a tuo agio con la decisione, anche senza saper spiegare bene perché. È un motivo valido.

Per lo stesso ginocchio esistono spesso più strade ragionevoli

Una cosa che chiarisco è che, in ortopedia, raramente esiste un’unica risposta corretta. Per un’artrosi del ginocchio, a seconda del caso, si possono considerare esercizio e gestione del dolore, infiltrazioni, un’osteotomia per correggere l’asse, una protesi parziale o una totale.

Specialisti diversi possono dare un peso diverso agli stessi elementi: l’età, il livello di attività, le aspettative, la tolleranza al rischio, i tempi di recupero compatibili con il lavoro.

Questo non significa che uno abbia ragione e l’altro torto. Significa che la scelta migliore dipende anche da cosa conta di più per te, ed è giusto che tu partecipi alla decisione.

Il secondo parere serve proprio a mettere in fila le alternative e a capire quale si adatta meglio alla tua vita.

Le indicazioni cambiano quando cambiano le evidenze

C’è un altro motivo per cui un confronto ha senso: la medicina si aggiorna, e alcune indicazioni di vent’anni fa oggi sono cambiate.

Il caso più noto riguarda l’artroscopia di «pulizia» nel ginocchio con artrosi. Uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 2002 non ha mostrato benefici rispetto a una procedura simulata, e da allora l’indicazione si è molto ridimensionata.

Più di recente, uno studio sul BMJ ha mostrato che nelle lesioni degenerative del menisco un programma di esercizio ben condotto può dare risultati paragonabili all’intervento.

Un secondo parere permette anche di verificare che la proposta ricevuta sia in linea con quello che sappiamo oggi. Non è sfiducia verso nessuno: è il modo in cui la medicina funziona.

Un secondo parere senza documentazione vale poco

Per un secondo parere la documentazione conta ancora più che per una prima visita, perché serve ricostruire un percorso già iniziato. Ecco cosa portare.

  • il referto della visita in cui ti è stato proposto l’intervento o la cura;
  • tutti gli esami di immagine, con le immagini oltre ai referti;
  • eventuali referti di interventi precedenti e lettere di dimissione;
  • l’elenco delle cure già provate, con durata e risultato;
  • l’elenco dei farmaci che assumi e le altre malattie;
  • le domande che vuoi porre, scritte prima di entrare.

La documentazione clinica ti appartiene e puoi chiederne copia alla struttura dove sei stato seguito: vale la stessa lista di cose da portare alla prima visita.

Il parere nasce da una nuova visita, non dalla lettura di un referto

Quando ricevo un paziente per un secondo parere non mi limito a guardare gli esami e a dire se sono d’accordo. Riparto dall’inizio: ascolto la storia, chiedo come è cominciato il problema, cosa è stato provato e con quale risultato.

Poi esamino il ginocchio, perché molte informazioni non si trovano nelle immagini: la stabilità, l’allineamento, il movimento, la forza, il modo di camminare.

Solo dopo apro la cartellina e guardo le immagini, confrontandole con quello che ho trovato. A volte serve un esame in più per sciogliere un dubbio; spesso quello che c’è basta e una nuova risonanza non aggiunge nulla.

Un parere costruito così ha un valore diverso rispetto a un’opinione data su due immagini inviate via messaggio.

Spesso il secondo parere conferma, e questo è un risultato

C’è un’aspettativa implicita in chi chiede un secondo parere: trovare una via d’uscita dall’intervento. A volte succede, ma nella mia esperienza la conclusione più frequente è la conferma dell’indicazione ricevuta.

Non è un esito deludente: è un risultato utile. Un paziente che arriva in sala operatoria convinto, avendo capito perché si opera e cosa lo aspetta, affronta il percorso in modo diverso.

Altre volte propongo di provare prima un’altra strada, per esempio un ciclo di riabilitazione ben impostato, e di rivalutare dopo alcuni mesi. In altri casi ancora suggerisco un intervento diverso da quello proposto.

In ogni caso spiego le ragioni, così che tu possa confrontare le opinioni con criterio e non sulla base della simpatia.

Se i pareri divergono, confronta i ragionamenti e non le promesse

Quando due specialisti dicono cose diverse, il primo istinto è scegliere chi promette il risultato migliore. È esattamente l’errore da evitare.

Il modo più efficace è porre a entrambi le stesse domande e confrontare le risposte.

Domanda da fareCosa ti aiuta a capire
La diagnosi è certa o ci sono dubbi?Quanto è solido il punto di partenza
Cosa succede se non mi opero o se aspetto?L’urgenza reale della decisione
Quali alternative non ho ancora provato?Se il percorso conservativo è stato completato
Quanto dura il recupero e cosa potrò fare dopo?Le aspettative realistiche
Quali sono i rischi nel mio caso specifico?La trasparenza sul rapporto rischi e benefici

Parlane anche con il tuo medico di famiglia, che conosce la tua storia e non ha un ruolo nella decisione chirurgica.

Ci sono casi in cui il secondo parere non serve

Per onestà va detto anche il contrario. Non tutte le situazioni richiedono un confronto: se il disturbo è lieve, la diagnosi è chiara e la cura proposta è semplice, come qualche settimana di esercizi, basta seguirla e verificare i risultati al controllo.

Nelle urgenze il ragionamento cambia del tutto. Davanti a una frattura scomposta, a un’infezione articolare o a un ginocchio bloccato, la priorità è agire in fretta: un confronto si potrà fare, semmai, in un secondo momento.

E c’è un terzo caso: quando si cercano pareri finché qualcuno non dice quello che si vorrebbe sentire. Oltre un certo punto i pareri aumentano la confusione invece di ridurla.

Due valutazioni ben fatte, nella maggior parte dei casi, bastano per decidere.

Come lavoro io quando mi chiedono un secondo parere

Dedico a queste visite lo stesso tempo di una prima valutazione completa, perché di fatto lo è. Non parto dal presupposto che il collega abbia sbagliato, né dal presupposto opposto.

Quello che cerco di fare è mettere il paziente nelle condizioni di decidere: spiegare cosa ho trovato, quali sono le opzioni, cosa cambia tra una e l’altra, e cosa succede se si aspetta.

Se l’indicazione mi sembra corretta lo dico chiaramente, anche quando so che non è la risposta sperata. Se invece vedo alternative che non sono state considerate, le propongo spiegando perché.

Alla fine ricevi un referto scritto: ti servirà per confrontare i due pareri con calma, a casa, e per parlarne con chi vorrai.

Domande frequenti

Devo dirlo al primo ortopedico?

Non sei obbligato, ma è corretto e spesso utile. Puoi chiedere una copia completa della documentazione clinica, che ti spetta per legge, senza dover giustificare il motivo della richiesta a nessuno. Molti colleghi, del resto, consigliano loro stessi un confronto.

Il secondo parere ritarda troppo le cure?

Per gli interventi programmati, di solito no: qualche settimana non modifica il risultato. Nelle situazioni urgenti, invece, la priorità è non perdere tempo, e il confronto si può fare in un secondo momento, quando la fase acuta è superata.

Posso chiedere un terzo parere?

Puoi, ma oltre un certo punto i pareri tendono ad aumentare i dubbi. Se due valutazioni indipendenti concordano, di solito la strada è quella. Se divergono, conviene approfondire il ragionamento più che cercarne un terzo.

Si può avere un parere a distanza sugli esami?

No: per dare un parere serve visitare il paziente, perché il ginocchio va esaminato e non solo guardato. Dopo la visita il discorso cambia: gli esami eseguiti in seguito si possono mandare per mail, e rispondo, oppure portare in ambulatorio per mostrarli senza pagare nulla.

Quanto costa un secondo parere?

Si tratta di una visita specialistica a tutti gli effetti, con la tariffa di una normale prima visita ortopedica. Il pagamento si effettua con POS o in contanti. Se invece si tratta soltanto di guardare degli esami già eseguiti, non c’è nulla da pagare. Le informazioni esatte si ottengono al momento della prenotazione, indicando che si tratta di un secondo parere.

Devo portare anche gli esami molto vecchi?

Sì, soprattutto le radiografie. Il confronto tra esami di anni diversi mostra come è evoluta la situazione, e questa informazione pesa nelle decisioni più di quanto immaginino la maggior parte dei pazienti che vengono in ambulatorio.

Dott. Gabriele Drago

Ortopedico, specialista del ginocchio

Specializzato in Ortopedia e Traumatologia all’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, dal 2017 si dedica alla chirurgia del ginocchio: protesi, anche con tecnica robotica, legamenti, menisco e trattamenti ambulatoriali. Opera all’Ospedale Privato Accreditato Villa Regina di Bologna e riceve in Emilia-Romagna, nelle Marche e in Sicilia.

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Categorie: Visita e percorso di cura

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