Dopo una protesi monocompartimentale si può passare alla totale?

di Dott. Gabriele Drago 8 min di lettura

Sì, una protesi parziale si può convertire in totale. Succede soprattutto quando l’artrosi coinvolge, con gli anni, le parti del ginocchio non sostituite, oppure quando la protesi si mobilizza o si consuma. L’intervento è in genere più semplice di una revisione di protesi totale e i risultati sono di solito buoni.

Sapere che esiste una strada successiva rende la scelta più serena

È una domanda che molti pazienti fanno prima ancora di decidere: «E se poi non va bene?». Trovo giusto rispondere con chiarezza, perché conoscere il piano B aiuta a scegliere con meno ansia.

La risposta è che la protesi parziale non chiude nessuna porta: se un giorno servisse, si può passare a una protesi totale. Allo stesso tempo è corretto spiegare che cosa comporta quel secondo intervento.

La protesi monocompartimentale di ginocchio sostituisce un solo compartimento, e il resto dell’articolazione continua a invecchiare.

Il motivo più frequente è l’artrosi che avanza altrove

La protesi parziale sostituisce un solo compartimento e lascia intatti gli altri. Se con gli anni la cartilagine di quelle zone si consuma, l’artrosi si ripresenta in un’altra parte dell’articolazione e il dolore può tornare.

Nei grandi registri protesici, come quello di Inghilterra e Galles, la maggior parte dei reinterventi dopo una protesi parziale consiste proprio nel passaggio a una protesi totale.

Altre cause, meno comuni, sono la mobilizzazione di una componente, l’usura dell’inserto in plastica, il cedimento dell’osso sotto l’impianto, che riguarda circa l’1% dei casi e si osserva soprattutto nelle pazienti con osteoporosi ed età avanzata, un dolore persistente senza causa evidente e, raramente, un’infezione. Sono gli eventi che accorciano la durata di una protesi monocompartimentale.

Il dolore che ritorna dopo anni è il segnale tipico

Il segnale più caratteristico è la ricomparsa del dolore dopo un periodo, anche lungo, di benessere. Spesso si sposta: chi era stato operato all’interno comincia a sentire male sul lato esterno o davanti, sotto la rotula.

Possono comparire anche gonfiore ricorrente dopo l’attività, rigidità al mattino o una sensazione di cedimento quando si scende una scala.

Quando i sintomi durano più di qualche settimana e non rispondono al riposo, conviene farsi rivedere. Non serve allarmarsi: serve capire da dove nasce il problema.

Chiedo di farmi raccontare com’è cambiato il dolore: se è comparso dopo uno sforzo, se peggiora camminando o anche a riposo, se disturba il sonno. Sono dettagli che orientano la diagnosi più di quanto si pensi.

Non ogni dolore significa che la protesi va cambiata

Molti dolori che compaiono anni dopo un intervento non dipendono dall’impianto. Possono nascere da tendini, borse, dalla schiena o dall’anca, che spesso proietta il dolore verso il ginocchio.

Anche una fase di sovraccarico, dopo una vacanza intensa o un lavoro insolito, può risvegliare fastidi che poi si risolvono con qualche settimana di prudenza.

Per questo la valutazione parte dalla visita e dalle radiografie in piedi, ed eventualmente da esami del sangue o da una scintigrafia, un esame che mostra come l’osso reagisce intorno alle componenti.

Che cosa guardo quando qualcosa non torna

Questa tabella riassume il ragionamento che seguo davanti a un ginocchio già operato che torna a dare problemi.

SegnaleChe cosa può indicareCome lo verifico
Dolore sul lato non operatoArtrosi che progredisceRadiografie in piedi e proiezioni mirate
Dolore sotto carico, subito al primo passoPossibile mobilizzazione di una componenteRadiografie di confronto nel tempo
Gonfiore e calore persistenti, febbreSospetto di infezioneEsami del sangue ed eventuale prelievo articolare
Cedimenti improvvisiInstabilità o usura dell’insertoVisita con test di stabilità e immagini
Dolore diffuso, anche a riposoCausa esterna al ginocchioValutazione di anca e colonna

L’intervento rimuove le componenti e impianta una protesi totale

Durante la conversione si tolgono le componenti della protesi parziale e si sostituiscono tutte le superfici del ginocchio con una protesi totale.

Poiché la parziale aveva asportato poco osso, in molti casi si possono utilizzare componenti simili a quelle di una protesi totale eseguita come primo intervento. È il vantaggio di aver conservato osso in partenza.

A volte la rimozione lascia piccoli difetti ossei, soprattutto sulla tibia. In quei casi servono componenti con supporti aggiuntivi o steli, cioè prolungamenti inseriti nell’osso per dare stabilità. La pianificazione si fa prima, su radiografie ed eventuale TAC.

Arrivare in sala sapendo quali componenti potrebbero servire evita improvvisazioni: il materiale viene richiesto in anticipo e resta disponibile anche se poi non lo si utilizza.

È più impegnativo del primo intervento, ma meno di una revisione

La conversione richiede di rimuovere con cura le componenti, gestire la cicatrice precedente e valutare la qualità dell’osso. I tempi operatori sono più lunghi rispetto a una protesi parziale, che dura circa un’ora: qui si va in genere dai novanta ai centoventi minuti, a seconda di quanto osso va ricostruito.

Resta però un intervento meno complesso di una revisione di protesi totale, dove l’osso da ricostruire è molto di più. È uno degli argomenti che rendono la parziale una scelta sostenibile anche nei pazienti più giovani.

Il percorso dopo l’operazione assomiglia a quello di una protesi totale: appoggio nei primi giorni, stampelle per quattro-sei settimane, fisioterapia con almeno tre incontri a settimana nel primo mese. Il ricovero è in genere di cinque giorni, come per una protesi totale, e si prolunga a sette quando le condizioni del paziente lo richiedono, per esempio per anemia, dolore o gonfiore eccessivo.

Anche il recupero segue i tempi di una protesi totale, quindi qualche settimana in più rispetto alla parziale. Chi ha già affrontato il primo intervento, però, arriva preparato e sa come procedere con gli esercizi.

I risultati sono buoni, con le cautele di un secondo intervento

Nella maggior parte dei casi la conversione restituisce un ginocchio funzionale e molto meno doloroso. È un intervento che si esegue da decenni e con indicazioni ormai consolidate.

I dati del registro protesico norvegese, che ha confrontato la revisione di una protesi parziale con la revisione di una protesi totale, mostrano risultati sostanzialmente sovrapponibili tra i due gruppi, sia come durata dell’impianto sia come punteggi riferiti dai pazienti. Resta però un intervento di revisione, e come tale va considerato meno prevedibile di una protesi totale eseguita come primo intervento.

È un dato che riporto, perché fa parte della scelta iniziale tra protesi parziale e totale.

Non sempre la conversione è l’unica strada

Se il dolore è lieve e le radiografie mostrano un’artrosi iniziale negli altri compartimenti, si può partire da esercizi, controllo del peso, farmaci quando servono e, in casi selezionati, infiltrazioni, rivalutando il ginocchio dopo qualche mese.

Se il problema è solo l’usura dell’inserto in plastica, a volte basta sostituire quella parte senza rimuovere le componenti fissate all’osso. In situazioni particolari, se il resto del ginocchio è integro, si può valutare l’aggiunta di una seconda protesi parziale.

Diverso è il caso di una componente che si sta mobilizzando: aspettare troppo significa perdere osso e rendere l’intervento più complesso. È il rovescio dei vantaggi della protesi parziale al ginocchio.

Domande frequenti

Dopo quanti anni di solito serve la conversione?

Non c’è un tempo prestabilito. La maggior parte delle protesi parziali funziona per molti anni senza bisogno di un secondo intervento. Quando la conversione serve, arriva spesso a distanza di parecchi anni, non nei primi tempi.

La conversione si può fare con il robot?

Dipende dal caso e dalle componenti da rimuovere. La scelta della tecnica si fa dopo aver studiato radiografie ed eventuale TAC. In molte conversioni si utilizzano strumenti tradizionali, perché il metallo presente limita la pianificazione robotica.

Il ricovero è più lungo rispetto alla protesi parziale?

Sì: dopo una protesi parziale il ricovero è di tre-cinque giorni, dopo una conversione di cinque giorni, che diventano sette se le condizioni del paziente lo richiedono, come per una protesi totale, perché l’intervento è più esteso e il recupero iniziale più impegnativo. I giorni previsti vengono indicati prima del ricovero, insieme al programma di riabilitazione.

Tornerò a camminare come prima della conversione?

La maggior parte dei pazienti recupera un buon cammino e un netto miglioramento del dolore. Le aspettative vanno però calibrate: si tratta di un secondo intervento su un ginocchio che ha già una storia alle spalle.

Quante volte si può rioperare un ginocchio?

Non esiste un numero fisso, ma ogni intervento consuma un po’ di osso e rende il successivo più impegnativo. È uno dei motivi per cui, fin dalla prima scelta, si ragiona sull’intero arco di vita del paziente.

Devo rivolgermi allo stesso chirurgo che mi ha operato?

Non è obbligatorio, ma è utile che chi ti opera abbia la documentazione del primo intervento: tipo di impianto, misure, referto operatorio. Se non ce l’hai, la struttura in cui sei stato operato può rilasciarne copia.

Dott. Gabriele Drago

Ortopedico, specialista del ginocchio

Specializzato in Ortopedia e Traumatologia all’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, dal 2017 si dedica alla chirurgia del ginocchio: protesi, anche con tecnica robotica, legamenti, menisco e trattamenti ambulatoriali. Opera all’Ospedale Privato Accreditato Villa Regina di Bologna e riceve in Emilia-Romagna, nelle Marche e in Sicilia.

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Categorie: Protesi di ginocchio

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