Come capire se si è rotto il menisco

di Dott. Gabriele Drago 9 min di lettura

Una rottura del menisco si sospetta quando il ginocchio fa male su un lato preciso, si gonfia nelle ore dopo una torsione, dà scatti o si blocca. Nessuno di questi segnali, però, è una diagnosi: serve la visita e, quando cambia le decisioni, la risonanza. Qui trovi i sintomi tipici, i segnali che non conviene rimandare e come si arriva alla diagnosi.

Nessun sintomo, da solo, dice che il menisco è rotto

In ambulatorio questa domanda arriva quasi sempre con lo stesso racconto: una partita di calcetto, un cambio di direzione, un rumore secco e un ginocchio che il giorno dopo non è più lo stesso. Altre volte la storia è silenziosa: nessun trauma, solo un fastidio che compare alzandosi da terra.

Il punto è che dolore, gonfiore e scatti non appartengono solo al menisco. Possono nascere dalla cartilagine, da una plica infiammata, da un legamento, da un sovraccarico dei tendini. Quello che cambia le cose è la combinazione: dove fa male, quando è comparso il gonfiore, con quale gesto il dolore si riaccende.

Per questo leggo i sintomi come indizi, non come sentenze: servono a capire se basta la fisioterapia o se si entra nel campo della chirurgia del menisco.

Il dolore del menisco ha un indirizzo preciso

Il dolore tipico si localizza sul fianco e dietro al ginocchio, lungo la linea dove femore e tibia si incontrano, all’interno o all’esterno. È un dolore che il paziente indica con un dito, non con la mano aperta. Quando invece il dolore è «tutto intorno», diffuso e cambia posizione, il menisco è meno probabile.

Un secondo elemento è il gesto che lo scatena. Il menisco soffre nelle torsioni con il piede fermo, nelle accosciate profonde, quando ci si rialza da una sedia bassa o si scende una scala. Il dolore che arriva invece dopo mezz’ora di cammino in piano, senza rotazioni, fa pensare di più alla cartilagine.

Anche la notte dà indizi. Molti pazienti mi raccontano che dormire sul fianco, con un ginocchio appoggiato sull’altro, dà fastidio e che un cuscino tra le gambe risolve.

Il gonfiore che arriva il giorno dopo racconta un’altra storia

La velocità con cui il ginocchio si gonfia dice molto. Nelle lesioni del menisco il gonfiore compare di solito in modo graduale, nelle ventiquattro o quarantotto ore dopo il trauma, e resta moderato. Il paziente se ne accorge la sera o il mattino seguente, quando fatica a infilare i pantaloni.

Quando invece il ginocchio si gonfia in modo importante già nei minuti successivi al trauma, il quadro cambia. Quel gonfiore rapido spesso contiene sangue e mi fa pensare a lesioni più impegnative, come quella del legamento crociato anteriore o una frattura, che a volte si accompagnano al danno del menisco.

C’è poi il gonfiore intermittente: compare dopo le giornate più attive, si riduce con il riposo e torna alla partita successiva. È frequente nelle lesioni degenerative e indica un’articolazione che si irrita facilmente.

Il ginocchio che si blocca è il segnale che non conviene rimandare

Il blocco vero è diverso dalla rigidità del mattino. Il paziente mi racconta che il ginocchio si è fermato piegato, a una certa angolazione, e che non riesce più a distenderlo: non perché faccia male, ma perché qualcosa dentro lo impedisce, come un cuneo sotto una porta.

Succede quando un frammento di menisco si sposta e si infila tra le superfici articolari. È il quadro tipico della lesione del menisco a manico di secchio.

Un ginocchio bloccato va valutato in tempi brevi, perché ogni giorno in quella posizione irrita la cartilagine e rende il menisco più difficile da riparare. Anche i blocchi che si sciolgono da soli vanno raccontati al medico: sono la stessa storia, vista in un momento diverso.

A vent’anni serve una torsione, a sessanta basta rialzarsi da terra

L’età cambia il significato degli stessi sintomi. Nei giovani e negli sportivi la lesione è quasi sempre traumatica: il piede resta piantato al suolo, il ginocchio ruota sotto carico e il menisco viene pizzicato tra le due ossa. Qui il racconto è netto, con un prima e un dopo.

Dopo i quarant’anni, e ancora di più dopo i cinquanta, il tessuto perde elasticità e si può fessurare con un gesto banale: raccogliere qualcosa da terra restando accovacciati, alzarsi da un divano basso, scendere dall’auto ruotando il busto. In questi casi la lesione è degenerativa, cioè fa parte dell’usura dell’articolazione.

La distinzione non è accademica: le lesioni traumatiche dei giovani si valutano per una possibile riparazione, mentre quelle degenerative guariscono spesso senza operazione, con l’esercizio.

Questa tabella riassume cosa suggerisce ogni segnale

Uso spesso uno schema simile per spiegare ai pazienti perché faccio certe domande durante la visita. Va letto come un orientamento, non come un metodo per farsi la diagnosi da soli.

SegnaleCosa fa pensareCosa serve
Dolore su un punto preciso della rima articolareLesione del menisco di quel latoVisita, poi eventuale risonanza
Gonfiore comparso in 24-48 oreIrritazione articolare, lesione meniscaleGhiaccio, riposo relativo, visita
Gonfiore importante nei minuti successiviPossibile sangue nell’articolazione, lesione del crociato o fratturaValutazione in tempi brevi
Ginocchio bloccato, non si distendeFrammento spostato, possibile manico di secchioVisita ortopedica rapida
Scatti e cedimenti nei cambi di direzioneLesione instabile o problema legamentosoVisita con test specifici
Dolore diffuso dopo lunghe camminatePiù spesso cartilagine o sovraccaricoRadiografia sotto carico, visita

I test da fare in casa promettono più di quanto possano dare

Su internet circolano manovre da provare da soli: accovacciarsi fino in fondo, camminare come un’anatra, ruotare il ginocchio tenendo il piede fermo. Le sconsiglio. Forzare un ginocchio dolorante può allargare la lesione o provocare un blocco, e un risultato negativo non esclude nulla.

In visita uso le stesse manovre in modo controllato e dosato: McMurray, Apley, Thessaly sono i nomi più noti. Piegando e ruotando il ginocchio cerco il punto che riproduce il dolore o lo scatto, fermandomi al primo segnale.

Prese una per una, queste manovre hanno un valore limitato: possono risultare positive anche in ginocchia sane e negative in menischi rotti. Messe insieme alla storia del paziente, alla palpazione della rima e al confronto con il ginocchio sano, orientano invece molto bene.

La risonanza va letta con il paziente davanti, non da sola

La risonanza magnetica è l’esame che mostra meglio i menischi, ma non la prescrivo in automatico. Dopo una certa età le immagini rivelano spesso lesioni anche in persone che non hanno alcun disturbo. In un interessante studio del 2008, effettuato su circa mille adulti con età superiore a 50 anni, si è calcolato che il 56% aveva una lesione meniscale presente alla risonanza magnetica. Tuttavia, fra questi pazienti, meno della metà lamentava sintomi al ginocchio.

Questo significa che trovare una lesione non basta: deve spiegare i sintomi. Se il referto parla di rottura del menisco interno ma il dolore è tutto all’esterno, quella lesione probabilmente non è la causa del problema.

Nelle persone oltre i cinquant’anni chiedo spesso, prima della risonanza, una radiografia in piedi sotto carico. Serve a misurare lo spazio tra le ossa e a capire quanta parte del dolore dipenda dall’artrosi. È un esame semplice che evita molte diagnosi sbagliate.

In visita guardo tre cose, e chiedo di portarne una

Quando un paziente arriva con il sospetto di un menisco rotto, la mia visita segue sempre lo stesso ordine: ascolto il racconto del trauma e dei gesti che fanno male, poi esamino il ginocchio confrontandolo con l’altro, infine valuto la forza del quadricipite, che si indebolisce in fretta e condiziona il recupero.

Quello che chiedo di portare è il CD della risonanza, non solo il referto: le immagini dicono cose che le poche righe scritte non contengono. Sono utili anche le radiografie precedenti e l’elenco dei farmaci.

Prima di andare via, do sempre un’indicazione per l’attesa: cosa evitare, quali esercizi iniziare, quali segnali devono far anticipare il controllo. Ecco i motivi per cui chiedo di non aspettare:

  • il ginocchio resta bloccato e non si distende;
  • dopo un trauma il ginocchio si gonfia molto e cede;
  • il dolore dura da alcune settimane senza migliorare;
  • compaiono febbre, arrossamento o calore dell’articolazione.

Domande frequenti

Il menisco rotto fa sempre male?

No. Alcune lesioni, soprattutto quelle degenerative, danno pochi disturbi o nessuno e vengono scoperte per caso durante un esame fatto per altri motivi. Il dolore dipende dal tipo di rottura, dalla sua posizione, dalla stabilità del frammento e dallo stato della cartilagine vicina.

Si può rompere il menisco senza un trauma?

Sì, e dopo i quarant’anni accade spesso. Il tessuto invecchiato perde elasticità e si può fessurare con un movimento quotidiano, come alzarsi da una posizione accovacciata. In questi casi il paziente non ricorda un episodio preciso, ma solo un dolore comparso senza una causa evidente.

Basta un’ecografia per vedere il menisco?

L’ecografia mostra bene tendini, borse e versamento, e vede solo la porzione più esterna del menisco. Per studiare l’intera struttura, compresa la parte interna dove spesso si trovano le rotture, l’esame di riferimento resta la risonanza magnetica, che non usa radiazioni.

La radiografia serve a qualcosa se il problema è il menisco?

Sì, anche se il menisco non si vede. La radiografia in piedi mostra lo spazio tra femore e tibia e quindi lo stato della cartilagine, oltre a eventuali calcificazioni o alterazioni dell’osso. Serve a capire quanta parte dei sintomi dipenda dall’artrosi.

Posso continuare a correre mentre aspetto la visita?

Meglio di no. Camminare in piano di solito è tollerato, mentre corsa, salti e sport con cambi di direzione sollecitano proprio il menisco e possono allargare la lesione. In questa fase sono preferibili cyclette senza resistenza, nuoto a stile libero e camminate brevi.

Mi hanno trovato una lesione per caso: devo preoccuparmi?

Una lesione senza sintomi, in un ginocchio che funziona bene, non richiede di per sé un intervento. Va inquadrata con una visita, perché il significato cambia con l’età, con l’attività sportiva e con lo stato della cartilagine. In molti casi si osserva e basta.

Ha senso chiedere un secondo parere?

Sì, soprattutto quando viene proposto un intervento e il quadro non è chiaro. Portare al secondo specialista le immagini, e non solo i referti, rende il confronto molto più utile. Un parere in più è normale e non offende nessun medico.

Dott. Gabriele Drago

Ortopedico, specialista del ginocchio

Specializzato in Ortopedia e Traumatologia all’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, dal 2017 si dedica alla chirurgia del ginocchio: protesi, anche con tecnica robotica, legamenti, menisco e trattamenti ambulatoriali. Opera all’Ospedale Privato Accreditato Villa Regina di Bologna e riceve in Emilia-Romagna, nelle Marche e in Sicilia.

Profilo completo · Sedi e contatti

Categorie: Legamenti e menisco

Articoli correlati